NOTE SULLO STATO DELL’INDAGINE AL 31/03/15

L’indagine sul fabbisogno abitativo dei migranti è giunta quasi alla sua conclusione. Le interviste raccolte sono 35 delle 40 previste e permettono di delineare per i diversi gruppi individuati le caratteristiche specifiche del disagio abitativo, le necessità abitative ricorrenti che concretizzano il fabbisogno e le caratteristiche qualitative utili a formulare delle proposte radicate ai temi messi a fuoco con l’indagine.
In questo mese è stata approfondita la comunità latina e completata quella filippina.
In merito al primo gruppo, per il quale sono stati intervistati soggetti di origine messicana, colombiana, cubana e dominicana, la situazione in apparenza non sembra molto problematica, ma emergono in ogni caso degli spunti di riflessione da tenere in conto in un progetto di abitare sociale.
Molti dei latini intervistati sono sul territorio da tempo con un progetto stanziale, in quanto la maggior parte viene a raggiungere parenti con doppia cittadinanza o si trova qui perché ha contratto un matrimonio con un napoletano, in genere molte sono donne.
Ciò significa questi soggetti hanno la cittadinanza italiana e vivono anche in una condizione abitativa di una certa dignità. Nell’ambito di questa condizione, è emerso però da alcune delle intervistate che, se venisse meno la relazione con il coniuge, loro sarebbero costrette a fermarsi comunque in Italia a causa dei figli e da sole non sarebbero in grado di pagare un affitto superiore ai 100 euro. Si profila quindi un possibile destinatario di una soluzione abitativa a basso costo che è prevalentemente una donna con figli.
Inoltre alcune delle donne intervistate vivono al confine con la Campania a causa delle origini del coniuge o comunque per le difficoltà di reperimento in città di alloggi a basso costo. Ciò determina per loro una condizione di difficoltà di spostamento e di isolamento. Tutte le intervistate non hanno contatti con la propria comunità presente sul territorio e le loro amicizie italiane gravitano intorno al coniuge.
Emerge da parte loro una forte esigenza di avere dei luoghi di incontro e socializzazione con la propria comunità che nella loro cultura riveste un ruolo fondamentale. Tale esigenza emerge in maniera significativa se si guarda alla comunità messicana che ha ricreato dei momenti di incontro con la comunità appoggiandosi all’Istituto di lingua spagnola Cervantes. Qui, oltre alle festività di matrice cattolica, celebrano il giorno dei morti, in occasione del quale si ritrovano nell’istituto e con un pranzo dedicano il giorno ad un personaggio o a dei defunti legati a qualche particolare fatto di cronaca accaduto in America Latina nell’anno in corso. L’ultima festa è stata dedicata ai morti per il narcotraffico in Colombia. Tale aspetto mostra come la possibilità di celebrare insieme un rito sia un gesto per sopperire alla distanza dal proprio paese dove la celebrazione è in genere dedicata ai propri cari estinti, in questo caso invece la celebrazione riguarda fatti riconoscibili per tutti i latini che richiamano il legame con la propria terra di provenienza.
In merito all’approfondimento della comunità filippina, emergono molti tratti in comune con la comunità srilankese, quali la forte presenza di una comunità già stanziata sul territorio e quindi di una rete di mutuo aiuto che accoglie l’immigrato appena arrivato e la tendenza a ricostituire un nucleo familiare. Molti soggetti di questo gruppo sono maschi di un età che oscilla tra i 20 e i 50 anni che in genere hanno il progetto di sostenere lavorando la propria famiglia di origine e poi mettere da parte i soldi per costruirsi una casa in Filippine e ritornarvi con il nuovo nucleo familiare. In molti casi questo progetto si prolunga per molti anni determinando molte difficoltà nella gestione del lavoro e della vita del nucleo familiare nel frattempo costituito. Molti, lavorando, hanno difficoltà ad accudire i figli e non hanno la possibilità di pagare asili nido che in molti casi sono messi su dalla stessa comunità. Così, sono costretti a mandare i propri figli, spesso molto piccoli, dai parenti in Filippine rivedendoli in alcuni casi solo dopo molti anni. Tale situazione mostra il bisogno di spazi indirizzati a sostenere questo gruppo con servizi per la famiglia. Un’ altra caratteristica emersa riguarda il tipo di alloggio che caratterizza questa comunità. In genere i migranti maschi che arrivano tendono ad affittare una casa molto grande in più persone, in genere in dieci o addirittura in sedici. Le condizioni abitative non sono però di estremo disagio in quanto non tutti sono residenti nella casa, alcuni lavorano notte e giorno ed usano la casa solo la domenica. Questa tipologia di alloggio è molto ricorrente, anche se a mano a mano che si formano dei nuclei familiari, il numero dei coinquilini si riduce ad un nucleo familiare di marito, moglie e figli ed un paio di cugini. La tipologia di alloggio descritto permette loro di avere spazi abitativi più dignitosi ed a chi è impiegato notte e giorno di avere uno di spazio di incontro con la propria comunità. Le aree dove si registra una maggiore presenza di filippini sono la zona di Pianura, dove è possibile affittare a prezzi contenuti case più grandi spesso dotate anche di uno spazio verde, molto presente anche in case filippine molto umili e la porzione di quartieri spagnoli compresa tra piazza Plebiscito e piazza Dante dove in genere si spostano i nuclei familiari per avere una maggiore facilità negli spostamenti.
Alla luce dei molteplici temi emersi e della difficoltà che in molti casi emergono nel comprendere fino in fondo alcune questioni specifiche, si pensa indirizzare le ultime interviste a soggetti specifici che nell’ambito del gruppo possano aiutare ad approfondire dei temi particolari ed eventualmente se necessario a raccogliere qualche testimonianza in più.

 

NOTE SULLO STATO DELL’INDAGINE AL 4/03/15

L’indagine sul fabbisogno abitativo dei migranti è arrivata ad un primo step significativo nella ricognizione della situazione abitativa di alcuni dei gruppi approfonditi. In particolare si è chiusa la prima tranche di questionari riguardante i migranti di origine srilankese, migranti dei paesi dell’est non comunitari e i migranti di origine africana. Dai questionari e dalle interviste somministrate finora emerge un quadro generale gravoso del disagio abitativo, che ad oggi non appare aver subito alcun miglioramento, anzi, si presenta con un radicamento di meccanismi illeciti legati alla difficoltà di reperimento di alloggi a basso costo per i migranti. Tali meccanismi vanno dal sistema dei “finti contratti” illustrato da un’avvocatessa esperta in diritti dei migranti, intervistata come testimone privilegiato, alla sempre più diffusa abitudine dell’ affitto di posti letto a 5 € al giorno a migranti africani da parte di napoletani o di connazionali stessi.
Si tratta di case- dormitorio con in media 4/5 stanzoni e un solo bagno, dove in ognuna dormono in media una ventina di persone, 5 per stanza, completamente prive di condizioni minime di abitabilità. In alcuni casi sono sprovviste persino di cucina, che viene sostituita dai migranti con fornelletti di fortuna posizionati nelle stesse stanze, con le conseguenze che ne derivano dal punto di vista della sicurezza.
Per i migranti dell’est la dimensione del disagio è legata alla relazione con il padrone di casa, dal momento che la maggior parte di questi soggetti risiede dal datore di lavoro. In alcuni casi le storie abitative raccontate restituiscono un elevato livello di qualità abitativa e di rispetto reciproco nella relazione con la famiglia autoctona che diventa per il migrante un vero e proprio punto di riferimento affettivo, in altri casi le situazioni sono al limite del rispetto dei diritti umani. Alcune riferiscono di storie di maltrattamento da parte dei familiari della persona da loro assistita anche nei confronti dell’assistito, in case senza televisione con limitazioni imposte dalla famiglia sull’uso della corrente elettrica , del gas, dell’acqua e 30 € a disposizione a settimana per la spesa per la lavoratrice e l’assistito. Per gli srilankesi la questione è un po’ diversa, questi migranti per lo meno vivono con la famiglia, con parenti o amici in una casa in quartieri che hanno subito un vero e proprio processo di colonizzazione da parte di questi gruppi che vi hanno localizzato anche delle attività legate alla propria etnia: negozi di parrucchieri, negozi di cibi etnici, punti dove si organizzano competizioni sportive che in genere si svolgono al parco di Capodimonte. Il disagio in questo caso è legato alla tipologia di casa alla quale possono avere accesso con risorse economiche limitate. Si tratta in genere del tipico “basso” napoletano ubicato nei quartieri popolari della città nella zona del quartiere Sanità, di Piazza Mazzini e di via Roma a ridosso di Piazza Dante, luogo d’elezione per tutte le manifestazioni della comunità.
Un dato significativo che emerge un po’ da tutti questi racconti di disagio è il bisogno manifestato da tutti i soggetti delle diverse etnie di uno spazio dove recuperare una propria dimensione personale dove avere una propria privacy e contemporaneamente dove ritrovarsi e confrontarsi con la propria comunità di appartenenza. Se gli africani in genere si incontrano in ristoranti tenuti da connazionali che diventano dei veri e propri circoli ricreativi e punti di riferimento per scambio di informazioni, ricerca di lavoro, etc, sia i migranti dell’est che i migranti srilankesi usano affittare in più persone per una piccola cifra mensile a testa, una stanza in casa da un connazionale dove celebrano ricorrenze, compleanni, si riuniscono nei giorni liberi ed hanno spesso un armadio per tenere le proprie cose.
L’ indagine prosegue a pieno ritmo. Attualmente si sta procedendo all’approfondimento del disagio abitativo dei migranti di origine latina e all’approfondimento di spunti tematici emersi nel corso dell’indagine attraverso interviste mirate a testimoni privilegiati individuati rispetto alle questioni emerse.

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Le diverse immagini di disagio abitativo che caratterizzano le periferie ed anche molte aree urbane delle nostre città, oltre a denunciare la dimensione emergenziale dell’abitare in particolare dei  migranti, consentono di evincere quanto il fabbisogno abitativo che emerge da questo disagio sia estremamente diversificato. 

La molteplicità dell’ abitare precario rappresenta il tema chiave nel ri_pensare i bisogni abitativi. L’indagine proposta si prefigge da un lato la ricognizione nello specifico delle diverse problematiche dell’abitare alla base delle diverse condizioni di disagio, ma contemporaneamente ha l’obiettivo di tracciare delle possibili qualità per l’abitare migrante.

In tale direzione si è scelto di costruire, attraverso la messa a punto di specifici strumenti di indagine, un punto di vista indirizzato ad approfondire ed allargare il concetto di qualità.

L’abitare migrante non è infatti messo in relazione solo con la nostra idea di casa e con le nostre modalità di usare lo spazio domestico e quello pubblico ma con i valori dell’abitare che i diversi gruppi sociali si sono lasciati alle spalle quando, partiti dal proprio paese, si sono trovati a fare i conti con le situazioni abitative possibili nelle nostre città.

Gli strumenti di indagine utilizzati sono  tre: l’intervista a testimoni privilegiati, il questionario, e l’osservazione diretta

L’intervista a testimoni privilegiati è strutturata in ventidue domande aperte che saranno sottoposte da alcuni responsabili della indagine a quattro categorie diverse di soggetti individuati: i funzionari istituzionali, i soggetti che occupano un ruolo in associazioni per immigrati, i soggetti che occupano un ruolo in associazioni di immigrati, i leader di comunità migranti.

L’obiettivo che si pensa di raggiungere con le interviste è quello di acquisire un inquadramento del problema da un punto di vista privilegiato di chi conosce la realtà indagata ed anche di ricavare ulteriori strumenti per gestire la comunicazione con i migranti ed eventualmente aggiustare anche  il tiro dell’indagine in corso d’opera.

Il questionario è invece strutturato su cento domande, suddivise in sei sezioni che sono: il progetto migratorio, i percorsi di accesso all’alloggio, l’abitare migrante, l’abitare nel paese d’origine, il progetto abitativo attuale, il punto di vista su modalità abitative alternative.

In virtù della varietà di soggetti che somministreranno il questionario e della complessità del tema che si intende far emergere si è pensato ad un modello esaustivo di questionario con molteplici possibilità di risposta già tracciate. Tale struttura oltre a facilitare il lavoro degli operatori consentirà di dare un’omogeneità alla tipologia di dati censiti e renderli confrontabili tra loro.

Nei due  ambiti riferiti alle modalità abitative in Italia e nel paese d’origine, in alcune domande, in particolare quelle dedicate all’aspetto e alla qualità degli spazi abitativi e di relazione sono stati lasciati degli spazi bianchi per dare agli intervistati che manifestano maggiore interesse e disponibilità, la possibilità di esprimersi con disegni, segni, schemi ed eventualmente materiale  fotografico, con l’obiettivo di superare la barriera linguistica e favorire una descrizione più istintiva.

Un ulteriore tema che si intende indagare attraverso la messa a fuoco diversificata del concetto dell’abitare contenuta delle sei sezioni è quello della differenza identitaria dei diversi ambiti della casa e degli spazi di convivialità nelle diverse culture.

Questo dato riveste un’importanza significativa nell’ambito dell’obiettivo complessivo del progetto che è ricongiungere l’offerta abitativa censita e il fabbisogno rilevato in soluzioni di cohousing.

Si potrebbe infatti verificare che alcuni tra gli spazi censiti non abbiano le caratteristiche dimensionali e distributive di un appartamento vero e proprio ma magari potrebbero essere accorpate o messe a sistema attraverso la reinterpretazione di determinate funzioni e servizi in spazi condivisi tra più gruppi. In questa direzione capire quali potrebbero essere queste funzioni e questi servizi, come dovrebbero essere gli spazi ad essi dedicati, tra quali gruppi o soggetti e con quali modalità potrebbero essere condivisi è la base per ipotizzare soluzioni praticabili.

L’ultimo strumento è rappresentato dall’osservazione diretta di contesti noti caratterizzati dalla presenza di migranti, ma anche di situazioni normalmente non visibili, alle quali sarà possibile accedere tramite la mediazione di testimoni privilegiati o di alcuni dei soggetti ai quali sarà somministrata l’intervista con i quali gli operatori hanno rapporti di maggiore fiducia.

I dati raccolti attraverso i tre strumenti saranno riuniti e messi a confronto in un quadro d’insieme accompagnato da una relazione in modo da renderli utilizzabili con i dati emersi dal censimento del patrimonio sfitto in proposte per nuove soluzioni per l’abitare migrante, ma anche per un abitare sociale delle fasce di popolazione più deboli.